Wednesday, April 27, 2005
IO E LUI
Sì, è vero, abbiamo già avuto problemi in passato. Non una volta. Appena incontrati era tutto meraviglioso. Ho deciso di metterlo alla prova, caricandolo di responsabilità ed informazioni per me preziose. Sembrava funzionare a meraviglia. Direi che passavo più tempo con lui che con chiunque altro. Mi ero imposta di conoscerlo nei minimi dettagli: ogni sua esigenza non m'avrebbe mai colta impreparata. Avrei cercato di rispondere ad ogni suo minimo cenno. Sarei scattata ad ogni suo segnale. L'avrei curato, accarezzato, mi sarei presa cura di lui, l'avrei portato con me ma badando sempre che non prendesse né freddo né caldo. Ma come ho potuto essere così sciocca da lasciarlo andare? Stupida, stupida idiota che non sono altro.
All'improvviso un giorno non mi ha più rivolto la parola. Non ha più voluto interagire. Si è portato via i miei pensieri, le mie confidenze, i miei sforzi di mesi interi, i miei ricordi. Se n'è andato e basta. Senza preavviso, senza nessun cenno. Io stavo malissimo, quel giorno. Ero addirittura finita all'ospedale e lui era con me. Sono tornata al lavoro e non s'è più fatto vivo. Maledetto. L'ho odiato perché sapevo che non potevo far niente. Ho chiamato tutti quelli che lo conoscono bene e nessuno sapeva cosa dirmi. Li ho colti di sorpresa: come poteva smettere di andare tutto bene dopo così poco tempo che stavamo insieme? Maledetto, l'ho davvero odiato. Poi mi hanno detto che sarebbe tornato, ma ci sarebbe voluto tempo e avrei dovuto pagarla cara. Io, io che non avevo colpa avrei dovuto pagarla cara... IO! Non mi sembrava possibile. Mi sentivo una stupida. A nessun altro poteva succedere. O forse poteva succedere a tutti ma, guarda caso, succede più spesso alle donne... e si sa che le donne con certe cose non devono avere a che fare. Non ci sanno fare, le donne.
Poi torna, quando fa più comodo a lui e ai suoi amici. Sì, lo ammetto, l'ho pagata cara. Molto cara. Ma la cosa più importante è che lui fosse con me. Era tornato con tutti i miei ricordi, le mie confidenze. Mi aveva riportato le vecchie lettere e le foto dell'anno scorso. Lo stringevo forte, non mi sembrava vero. I miei sorrisero, anche se sapevano il prezzo che avevo dovuto pagare. Poi iniziò un mese circa di vita intensa ancora insieme.
Fino a stamane. Fino a quando non mi sono distratta un attimo è m'è caduto lo zaino dalla spalla. BUM! Secco. Orribile. Sento un rumore di salvadanaio che si rompe. Temo che anche i miei ricordi se ne vadano definitivamente. Sono affranta: non era passato neanche un mese... Lo odio ma sento di averlo perso ancora e mi sembra di morire. Mi sfugge dalle mani e cade. Stavolta la colpa è mia. Solo mia. Lo raccolgo. Sembra integro, ma so che è guardando dentro che arriveranno le brutte sorprese. Lo sportello è aperto come una ferita. Non si rimargina. È ferito. Mioddio, è ferito. E anche questa volta non so che fare. S'accende, però. Compare il menù di selezione. Sono agitata, mi viene da vomitare. Funziona. Ma è ferito. Sembra che possa andare lo stesso ma sono costernata. Il mio computer mi ucciderà, uno di questi giorni. Se non sarà per uno di questi spaventi sarà perché per aggiustarlo mi saranno serviti tutti i soldi che possiedo e sarò una barbona. Computerizzata, sì, ma sempre una barbona.
Così adesso siamo qui, io e lui. Io che aspetto che lui mi dica che mi sono illusa e che ad una botta così non si rimane integri. Mi aspetto di vedere fuoco e fiamme che escono dallo sportello del lettore cd. Mi aspetto che si spenga da un momento all'altro. Lo odio, ma senza di lui non so stare. Nuove forme di dipendenza, le chiamano. I battiti del mio cuore vanno con la sua RAM. Dio come lo odio!
I GIORNI UN PO' COSI'
E' strano come la vita, a volte, possa essere così... Così. Riflettevo sul fatto che abbiamo una vita sola e che le cose che ti restano in mente sono sempre le più stupide. Non ricordo quando sono nata. Forse basterebbe fare uno di quei folli corsi di rebirthing e scoprirei che non ho dimenticato niente, in realtà. Non ricordo com'ero vestita il primo giorno di scuola. Basterebbe cercare una fotografia, forse. Ma, chissà perché, non riesco a farmi venir voglia di cercarla. Rimangono fortissimi i brutti ricordi. Rimangono i rimpianti e i rimorsi. Rimangono gli incidenti. Di queste cose ricordi sempre tutto. Qualcuno deve aver detto che i traumi si imprimono con maggior forza nella mente. Ma se la nostra mente fosse come lo studio di un fotografo? Se potessimo aprire una bottiglia di acido e cancellare il negativo dei brutti ricordi? Se poi potessimo anche eliminare ogni traccia di questo gesto, gettando l'acido nello scarico... e poi sviluppare, fissare, ingrandire, dettagliare solo i ricordi belli? Scattiamo milioni di fotografie ogni giorno e non siamo mai noi a scegliere quelle che finiscono nel nostro album dei ricordi.
Perché non riusciamo a rassegnarci alle casualità e a continuare? Chi ha detto che le cose che sembrano contare di più sono quelle che contano davvero? Ci preoccupano i soldi che non abbiamo. Ci preoccupa il fatto che non riusciamo ad averli. Ci preoccupano le cose che possediamo, perché se si spaccano dobbiamo ricorrere a soldi che non abbiamo. Ci preoccupiamo di avere sempre più cose, però. O siamo pazzi o stiamo sbagliando. Ma come mai non riusciamo ad allargare le braccia e a dire “Pazienza”? Perché non facciamo un respiro profondo e non proviamo a ricominciare? Lasciamo che il nervosismo, la noia, il disagio se ne vadano da soli, come quando digeriamo male e aspettiamo che il mal di pancia vada via. Sì, ma quanto pesante abbiamo mangiato, questa volta? Passerà, diciamo, e intanto soffriamo. Un po' alla volta il dolore se ne va, ma soffriamo. Poi piano piano il nervosismo si calma. Lì e solo allora ricominciamo a respirare, naturalmente. Forse anche i giorni un po' così vanno elaborati, trascorsi, fatti passare. Forse più che bravi fotografi che scelgono quale dettaglio fermare dovremmo essere bravi selezionatori. Dovremmo saper decidere meglio cosa farà o meno parte del nostro album di fotografie. Quello che ci manca è la capacità di buttare via definitivamente quello che non ci piace. Ci hanno dato un cervello troppo complicato e fine per scartare e dimenticare. Ciò che ci distingue dagli altri animali è ciò che ci costringe a giorni un po' così. Forse, questo è proprio il bello di noi. Ma oggi che è un giorno un po' così non riesco proprio a farmelo piacere, questo bello di noi.
Saturday, April 23, 2005
GLI INVENTORI, GLI ESPERTI, I VERI GENI... E NOI
Chi sono quelli che hanno scoperto tutto? Quand'è che si diventa esperti di qualcosa? Quand'è che si è un vero genio? Se un giorno ti svegli, ti cade una mela in testa e prima di dire “*&%$£§” ti viene in mente che può esistere una legge di gravità che ti ha ridotto con un bernoccolo mastodontico sulla fronte, allora sei un genio. Se un giorno, entrando in vasca da bagno sicuro di te nonostante l'acqua bollente, non ti metti a gridare ma noti che il livello dell'acqua sale quando ti immergi e si abbassa quando esci, allora sei un genio. Se sei stanco di sbattere contro tutti gli spigoli della caverna in cui vivi e fai di necessità virtù scoprendo il fuoco, allora hai addirittura dato una spinta definitiva all'evoluzione umana (oltre ad aver contribuito a far rientrare la fronte e l'arcata sopraccigliare). Ma noi, oggi, possiamo essere esperti o veri geni? Cos'è rimasto da inventare, oggi?
Hanno inventato il telefono per videochiamare, la caffettiera che si spegne da sola, le scarpe che si scaldano da sole, il computer portatile, il pagamento a rate, lo sbucciapatate razzo che pela un quintale di tuberi in cinque minuti... ma chi ha bisogno di un quintale di tuberi in cinque minuti? Esistono i veri inventori di una volta? In cosa possiamo definirci esperti, noi?
Noi siamo quelli che passano ore ed ore in fila. Murphy diceva che l'atra fila va sempre più veloce di quella in cui sei tu. Noi siamo esperti nel diventare delle iene quando constatiamo che Murphy aveva ragione. Noi siamo gli esperti del correre sotto la pioggia tentando di schivare le gocce e mentre lo facciamo cadiamo nelle pozzanghere. Noi siamo gli esperti della perdita di tempo. Abbiamo inventato fior fior di modi con i quali ingannare il fisco, il direttore del nostro ufficio, la maestra e anche il panettiere. Noi siamo gli esperti nel farci beccare. Noi siamo gli esperti del lavoro che non piace ma che serve per portare a casa la pagnotta. Siamo gli inventori del tirare a campare fino alla fine del mese. Siamo veri maestri nel metterci nei guai. Siamo veri maestri anche nel dimenticare di esserci messi nei guai e nel ricaderci. Siamo esperti nel prendere abbagli. Siamo i geni del telecomando. Siamo gli esperti che rispondono a casa alle domande dei quiz e si incazzano quando il concorrente sceglie l'altra opzione. Siamo piccoli geni incompresi e i nostri buchi nei calzini non fanno la storia come quelli di Einstein.
Però siamo anche quelli che, in questo mondo dove tutto è già stato detto e ridetto, tabulato, auscultato, tossito e riferito, vivono vite originali, ognuno la sua. Siamo quelli che ridono per una stronzata detta da un amico. Siamo quelli che pensano come mai non è rimasto niente da inventare e che sanno come usare, sprecare e dimenticare quello che è stato inventato. Ogni epoca ha avuto le sue grandi scoperte e le sue grandi menti. Quest'epoca ha noi. E di uguali non ne verranno.
Thursday, April 07, 2005
IL DISGELO
A distanza di tanti anni ancora non riesco ad esimermi dal rispettare questa scadenza, nonostante come sempre una vera primavera non sia ancora cominciata. Ma il 21 marzo è passato velocemente e non ho potuto fare a meno di tirare un sospiro di sollievo nel pensare che, da qui in avanti, tutto sarebbe andato meglio, almeno metereologicamente parlando. Non posso neppure sottrarmi dal sentirmi produttiva, attiva, creativa, riflessiva, anche se in realtà non mi sono mai sentita così fiacca. Dicono, però, che anche questo sia un effetto della primavera. Ma che sia vero? Che cos'è che ogni anno ci fa guardare al mondo, che è sempre uguale a se stesso, quando non arriva ad essere la propria caricatura, con occhi diversi non appena passa il 21 marzo? Quante volte ancora scriveremo anche solo mentalmente quel temino sulla primavera che arriva? Quante primavere vivremo ancora così stupiti del fatto che la vita va avanti, che tutto passa e torna, che sotto la neve che si scioglie c'è sempre la nostra terra, uguale e diversa ogni volta?
Quando nevica all'improvviso, quando non te l'aspetti se non per quel po' di vento secco che tira e che arrossa il naso, ci sentiamo sempre tutti molto eccitati, soprattutto se si ritiene di non essere in un posto dove nevica facilmente. Eppure un giorno comincia a cadere un fiocco, poi due. Uno pensa che “non attaccherà mai”. E invece attacca, eccome. Una coltre bianca copre tutti i luoghi della nostra quotidianità. Copre le buche che abbiamo scavato, le strade che percorriamo ogni santo giorno. Copre i nostri sbagli, le cazzate, le crepe. E' tutto bianco. Sotto tutto quello che volevamo nascondere, sopra tutto da poter rifare, calpestare, orme da lasciare: possiamo dare una nuova impronta alla nostra vita. Siccome non capita spesso, siamo effervescenti e chi se ne frega se siamo infagottati e con la goccia al naso: ricominciamo tutto daccapo.
Ad un certo punto però la neve però smette di scendere, diventa ghiacciata e non è più così facile lasciare nuove impronte che si distinguano da quelle degli altri. Quel senso di intensa eccitazione che provavamo nel guardare la nostra vita coprirsi di novità svanisce lentamente. Comincia a fare davvero freddo e sciarpa e guanti non sono sufficienti. Anche la novità diventa normalità ed è una normalità pericolosa: non sai mai dove mettere i piedi per non scivolare. Vorresti che la neve ricominciasse a cadere. Vorresti fosse sempre fresca e morbida. Invece compare un po' di sole caldo. Passi sotto un cornicione e ti cadono le gocce in testa. La neve si scioglie. Lentamente, ma si scioglie. Il disgelo non si può evitare. Così, le tue strade, le tue buche e le tue crepe riemergono. Sono sempre state lì, solo nascoste. Ma ogni volta, dopo la pausa invernale, le guardi ricomparire con tranquillità, perché è naturale che ricompaiano.
Forse è davvero questo quello che rimane di tanti anni di temini scritti con la biro blu sui quaderni a rigoni: la sicurezza di tornare a ciò che fa la nostra vita proprio la nostra, con le sue buche ma anche con i suoi prati fioriti. Ci vedi chiaro, sai che cosa devi affrontare, vedi la tua strada e decidi di cambiarla o decidi di percorrerla fino in fondo. Magari decidi di tornare indietro. Le buche, le crepe le vedi, le salti, le riempi, le aggiusti. I prati di fiori li coltivi. Oppure decidi che quest'anno si pianta frutta o che vendi quel terreno e te ne compri uno più piccolo, ma che ti piace di più. Quando arriva il disgelo ricominci a vedere chi sei. E puoi decidere senza l'illusione che sia veramente possibile nascondere per sempre la tua vita sotto la neve. Prima o poi la primavera arriva e tu, volente o nolente, sei sempre contento che arrivi.
Sunday, February 06, 2005
MUFFINS
Mangio troppa cioccolata e non dovrei. Non so quando ho iniziato a fregarmene di quello che mi fa bene e di quello che mi fa male. Ad un certo punto credo che fregarsene di quello che, diciamo così, non fa proprio bene faccia sentire un po' più grandi. Fumare. Bere un bicchiere di troppo troppo spesso. Troppa cioccolata. Troppo caffè. Troppo coinvolgimento emotivo.
Strano. Col tempo si dovrebbe imparare ad essere distaccati. Io ancora non ci riesco, tanto che due muffins rifiutati mi causano anche in sogno un'ulcera. Non dovrebbe interessarmi se nessuno vuole i miei muffins: dovrei mangiarmeli io e basta. E' che mi chiedo se non dovrei piuttosto cucinare piatti più esotici, elaborati, irresistibili. Non credo che i muffins siano irresistibili. Forse ho sbagliato proprio a cucinare i muffins. Il problema è che se mi metto a pensare a un'altra cosa da cucinare mi vengono in mente biscotti, focacce, al massimo torte salate. A farla gigantesca mi viene in mente un po' di panna montata. Niente di interessante, devo ammettere.
Però i muffins sono speciali. Sono davvero buoni. Ci vuole un po' per preparali, ci devi mettere tanta delicatezza. Crescono piano nel forno, diventano grandi, sbocciano quasi come dei fiori. Dentro sono sempre caldi. Li metti in uno stampino ma strabordano senza mai esagerare. Alla fine sono sempre di più di quando li inforni. Se li fai fatti bene non possono non piacerti. E poi, a dire il vero, i muffins non si fanno a caso. Li cucini per allietare la giornata. Siccome ci vuole un po' di tempo per prepararli, ti ritagli uno spazio apposta per quelli. Li aspetti. Non possono non metterti di buon'umore. Col tempo preparerò anche piatti elaborati, non ho dubbi. Intanto ti ho lasciato un cestino di muffins davanti alla porta di casa. Assaggiali.
Wednesday, January 26, 2005
IL CIRCO
Senza questo trucchetto mi rendo conto che non si rimane mai fermi nello stesso punto né tanto meno nello stesso momento: siamo zingari di noi stessi, nomadi senza sosta a volte senza un tendone da circo da piantare, mentre tante altre piantiamo un tendone grande, colorato, pieno di buffoni e buffonate, quasi grottesco. Poi nessuno viene a vedere lo spettacolo o magari entra qualcuno che dopo poco tira un pomodoro e un uovo marcio e se ne va. Che fatica cercare le risorse per comprare un tendone ed allestire lo spettacolo e poi accorgersi che nessuno verrà a vederlo o che i pochi che verranno ne rimarranno delusi. Lavoriamo sodo e duro per mettere su un bello spettacolo che invece non piace quasi mai a nessuno. Ma forse sbagliamo a pensare che serva uno spettacolo per attirare l'attenzione. Pensiamo che servano le cose grandi e piene di lustrini, piene di musica assordante e, possibilmente muniti di fanfara al seguito, andiamo in giro ad invitare la gente, estranei, a vedere il nostro sudatissimo lavoro. Da qualche parte ho letto che i gesti plateali non hanno mai salvato i popoli. Non sembra che abbiano salvato neppure me: il tendone del mio spettacolo, messo su a fatica e da sola, è vuoto.
Sui seggiolini dietro il margine della pista rimangono le tracce di quelli che sono passati di lì: pop corn sparsi e bicchieri rovesciati; mozziconi di sigaretta; bottiglie di birra semi vuote o vuote e rotte; tappi. La rete di emergenza ha un buco al centro enorme, per ricordare quando la star dello show, durante un triplo salto mortale-avvitato-carpiato-mescolato-rovesciato a metri e metri di altezza ha mancato di afferrare il trapezio ed è rovinosamente precipitata sfracellandosi al suolo e bucando perfino la rete di sicurezza, tanto era sparata. La segatura sulla pista è cosparsa di gocce rosse un po' rapprese, il suo sangue, di gocce azzurre un po' rapprese, le sue lacrime, e di cacca di cavallo un po' rappresa, il giusto contorno. Il cavallo ha rassegnato le dimissioni insieme all'orso e all'elefante. Hanno messo su una cooperativa di allevamento esseri umani per esibizioni su commissione, tipo per i compleanni o per gli anniversari e mi hanno chiesto se voglio lavorare per loro. Ci sto pensando.
Mi ricordo di una volta in cui sono andata a vedere uno spettacolo di gran classe in un tendone di pietra, dove si fanno solo spettacoli di alto livello e le star non si sfracellano sulla pista perché sono talmente discrete da non tentare neanche un triplo salto mortale avvitato-carpiato-mescolato-rovesciato: recitano una parte e sanno di essere molto brave. Non c'erano né mozziconi né bottiglie sul pavimento, non si poteva neppure mangiare, in quel posto. Non pensavo ci fossero circhi così. Tutto era talmente delicato, in quel posto, che hanno deciso perfino di non chiamarlo circo ma teatro. Al teatro io mi sentivo piccola, protetta. La musica non era affatto assordante ma delicata. Nessun cavallo ha dato disdetta e nessun orso ha fatto sciopero. Mi sentivo sicura anche se stavo in alto in alto perché non c'era nessun trapezio da prendere solo e solamente all'ultimo secondo, pena la delusione del pubblico. Stavo lì a guardare uno spettacolo messo in scena anche per me, che per una volta ho fatto parte di un pubblico, e che non aveva niente a che fare con la vita delle persone. Non era lo spettacolo della mia vita né della vita di nessun altro: era una finzione e basta e per vederla si pagava. Poi, solo dopo il termine dello spettacolo, iniziava la vita vera fuori dal teatro. Quando sono tornata al mio circo, allora, ho pensato che, dato che era vuoto, sarebbe stato meglio chiudere baracca e andare a vedere il teatro più spesso. Ho pensato che sarebbe stato meglio pagare un biglietto per rilassarsi un po' vedendo uno spettacolo e non cercare di fare i soldi allestendo uno spettacolo della propria vita.
Non si vola avanti e indietro da Pechino per rimanere sempre fermi nello stesso momento di felicità, ma a volte basterebbe cambiare punto di vista per rimanere felici più a lungo di quando ci affannavamo per rincorrere un briciolo di gioia. Non è facile cambiare punto di vista, lo sanno tutti, ma si può sempre provare. L'alternativa è volare avanti e indietro da Pechino senza perdere un secondo. Se riuscite, ditemi come si fa.
Saturday, January 15, 2005
LA MIA FAVOLA?
Non riesco a ricordare le parole con cui la voce del disco annunciava che presto sarebbe ricominciata un'altra favola. Ricordo perfettamente che provavo un profondo dispiacere nell'immaginare il “click” del trentatré giri che si fermava. La favola finiva.
Volevo scrivere la favola di un grande amore orientale del quale non rimane che un paio di orecchini finiti per caso su un banchetto di antiquariato in una fiera natalizia e che, guarda caso, capitavano proprio nelle mie mani. Volevo raccontare di un amore immenso capace di risorgere ad ogni alba con rinnovata intensità. Lei avrebbe avuto lunghi capelli neri ed occhi intensi, lui sarebbe stato alto e forte, con un sorriso caldo e rassicurante. Lei gli avrebbe giurato amore eterno e lui sarebbe partito per salvare il proprio popolo dall'invasore. Lei sarebbe sorta nel suo amore per l'ultima volta come un grande sole in un'alba fredda mentre lui sarebbe morto vincendo la guerra. Lei sarebbe caduta delicata come un petalo tra altri fiori... e nel tempo sarebbero rimasti solo due orecchini con sopra una fenice. Non era certamente una storia originale ma, a parte questo, rimane il fatto che non sono riuscita a scriverla. Non credo di saper raccontare amori. Penso che il mio trentatré giri si inceppi troppo spesso e ciò che si sente è un'intermittente serie di singhiozzi d'amore che fanno più ridere che tenerezza.
Ci sono storie che non si possono scrivere, originali o meno che siano. Non ci si inventa un amore che non esiste e, di conseguenza, non lo si può narrare. Mi domando se gli amori epici esistano ancora... A dire il vero mi domando se siano mai esistiti o se fossero le proiezioni o i desideri di uomini e donne dalla penna o dalla tastiera svelta che non trovavano nella vita una simile gioia. Romeo ha mai pensato che l'amica di Giulietta fosse più carina? Giulietta ha mai pensato di scappare a cavallo e prendere una barca per le Canarie e lasciare la nebbia di Verona? Orlando era innamorato o solo preda di una ineluttabile carica ormonale? Dante era innamorato di Beatrice o voleva semplicemente raccontare le perversioni del suo tempo con un'ottima scusa? Katie era attratta dal rude Heatcliff di montagna perché lui tagliava la legna a petto nudo, sudava ed era abbronzato nonostante non ci fosse mai un briciolo di sole a Cime Tempetose? In effetti poi lei sposava il ricco e gracile vicino di casa... Ma Heatcliff fu sempre davvero nella sua mente? Dove sta l'amore invincibile, che sorpassa il tempo e lo spazio, senza confini né condizionamenti... Dove sta il principe azzurro che con un bacio ti causa il vomito-di-mela e ti salva la vita? Dov'è il prode cacciatore che scuoia il lupo e ti fa uscire dal suo ventre promettendo che, non appena fossi stata più grande, sarebbe ripassato a “vedere come va”? Dove sono gli ingannevoli piaceri di quella donna capace di sedurre con dolci e profumo e poi, tolto scialle, parrucca, maschera vellutante, reggicalze e reggi-tutto diventa davvero una strega?
Dove sono il coraggio e l'incoscienza di sfidare la sorte e la società per un amore che lascia senza fiato? Perché non ci si abbandona agli amori che lasciano senza fiato? Perché quasi sempre il fiato va via solo ad uno dei due mentre l'altro guarda altrove e il primo finisce per soffocare? Nel mio cervello si susseguono buffe immagini di amanti cianotici che crollano a terra mentre l'altro guarda il cielo, le stelle, il mondo... Come mai siamo sempre più spesso gli unici tra due a sognare un amore? Come mai il nostro sogno non coincide mai con quello di nessuno? Come mai la vita si insinua nelle fessure del cuore e le chiude come se fosse mastice senza lasciare neppure uno spazio per far sbocciare un fiore? Non tutte le fessure del cuore sono ferite che devono essere ricoperte in fretta e furia... Alcune sono proprio il segno che il cuore, anche se con dolore, si apre e respira... Non c'è bisogno di mastice in quei casi. Ma spiegaglielo, a questa benedetta vita.
Forse le favole davvero non esistono. Forse sono favole solo perché non esistono e chi tenta di viverle ugualmente sbatte il naso sul dorso del libro più duro e pesante che sia mai stato messo in commercio: quello che racconta la storia della nostra vita. Rimane da capire come mai, nonostante tutta questa consapevolezza, uno vorrebbe proprio viverla, la sua favola. Forse siamo stupidi, forse non siamo mai cresciuti. Forse se non ci avessero mai raccontato le favole prima di addormentarci queste non sarebbero mai state ciò che accompagna dritti per la strada “del sogno”. Se ci avessero raccontato le favole, che so, prima di bruciare la verruchina che hai preso a nuoto, non sarebbero state così romantiche. Se ci avessero raccontato che il grande amore esiste davvero e sopravvive sempre mentre tiravano il collo all'anatra che avevamo vinto alla fiera, per poi servirla come succulento pranzo di pasqua, non credo avremmo vissuto a lungo in quest'illusione. Avremmo pensato, anche imprecando, che erano tutte cazzate. Forse si è trattato tutto di un grande complotto per ampliare l'industria di tutto ciò che ci consola quando ci accorgiamo che davvero questo amore non va.
Eppure io la mia favola ancora sono qui che l'aspetto... e la cosa più buffa è che ci credo davvero.
Saturday, January 01, 2005
QUANDO È IL MOMENTO
È un momento. È il tardo pomeriggio del primo giorno dell'anno. È che non è niente. È che è bello essere vivi. È che è solo un momento. È che sei tu.
Wednesday, December 29, 2004
IL TEMPO E IL RITMO
Non succede spesso che si sia consapevoli fino in fondo di quel che accade ed è probabilmente per questa ragione che siamo spesso disorientati. Non capiamo quel che accade, non riusciamo a valutarlo correttamente e, di conseguenza, non sappiamo che ritmo assegnargli. In tutto questo noi siamo persi e finiamo col farci trasportare: è quando non capiamo che rimaniamo in balia degli eventi. Io non posso fare a meno di sentirmi a disagio quando mi trovo in uno stato simile. La cosa più frequente che può verificarsi è che qualcuno che crede di aver correttamente inteso gli eventi che io invece non riesco a comprendere ne prenda possesso e voglia dar loro un tempo e un ritmo che non mi si addicono, una vita troppo lunga mentre io la vorrei più breve, o viceversa. Se sapessi impormi sarebbe più facile, ma il guaio non è tanto il fatto di dover dare un tempo alle cose, quanto piuttosto di dover decidere i ritmi di qualcosa insieme ad altri. Quando un evento non coinvolge soltanto noi, ma riguarda anche altre persone, bisogna trovare un tempo ed un ritmo che siano congeniali a tutti coloro che sono interessati. I tentativi di arrivare all'armonia si traducono più spesso in un caos nel quale tutti seguono ritmi propri, come se dovessero ballare ascoltando in cuffia ciascuno una musica diversa. Così un valzer si scontra con una break dance e con la foga di un rock and roll acrobatico...
Il bollettino finale conta gambe e braccia rotte, qualche abrasione in testa che richiede qualche punto di sutura, ma nessun morto. Ancora non mi è riuscito di mettere d'accordo tutti a seguire lo stesso ritmo. Ancora le cose non hanno un loro tempo da me deciso. Forse la prima che ha bisogno di tempo sono proprio io... e, forse, sono proprio io l'unica persona a cui non l'ho mai concesso.
Saturday, December 18, 2004
AD INTERMITTENZA
Credo di non aver mai riflettuto sul significato del Natale per un non credente riuscendo ad andare oltre parole come: consumo, ferie (scroccate, “se non ci credi”), mangiare. Non so bene cosa significhi per me Natale. So cosa mi scoccia tremendamente del periodo di Natale. In cima alla lista i film da veri intenditori trasmessi nel primo pomeriggio, o peggio, in prima serata, che servono ad instillare in giovani menti i valori natalizi... Le favole non si raccontano più... ma perché affaticarsi quando basta premere un bottone all'ora giusta? I nostri figli sanno perfettamente che Babbo Natale sotto mentite spoglie fa lo spazzino nell'atrio di un lussuoso palazzo sulla V° strada di New York dove i ricchi petrolieri di tutto l'edificio attendono di ricevere la sua eredità per diventare i Babbi Natale del futuro... I nostri figli lo sanno.
In tutto questo, e in molto di più, a me rimane poco tempo per pensare. Devo dare una mano al travolgente meccanismo dei consumi, se voglio rendermi economicamente indipendente. Trovo un briciolo di solidarietà e simpatia solo per una cosa di questo e degli altri Natali passati: le luci del mio albero in giardino. Non sono certo un gran che: sono scolorite, piccole, sistemate a fatica su quello che era uno dei primi alberi della mia vita, quando ancora li compravamo vivi e poi li piantavamo in giardino. Non sono neppure particolarmente brillanti, non hanno effetti speciali, non sono appariscenti. Però sono lì, in mezzo a tante altre, a testimoniare la voglia di far festa, di avere un po' di sincera gioia nel cuore, fuori da ogni cinismo e disillusione. E in più si accendono ad intermittenza, e non ho ancora capito se è voluto o se è perché non funzionano tanto bene. Mi ricordano me, che ormai mi accendo e spengo in continuazione e non si capisce se è voluto o se qualcosa non va. C'è un elettricista?
Tuesday, December 14, 2004
IL CERVELLO TRISTE
Il cervello triste vede immagini che non esistono, sente musiche e rumori che non risuonano, annusa odori che non aleggiano, assapora gusti che non sono mai stati appoggiati sulla lingua, raccoglie carezze che non sono mai state date. Il cervello triste proietta una realtà tutta sua che si sovrappone a brevi flash di realtà. Il cervello triste prende questi flash e li incanala nel suo mondo. Il cervello triste prende alcuni ricordi e li deforma, ne prende altri e li imprime a ferro e fuoco nella memoria ingigantendo sapori, odori,gusti, carezze e visioni. Il cervello triste prende le persone e le mette tutte su una scacchiera. Ma quali sono le squadre? Giochiamo tutti contro tutti, sembra. Io sono una regina che non sa se deve attaccare gli altri o difendere il proprio re.
Il cervello forse è triste perché è stanco...Il cervello triste e stanco...Ma più triste, che stanco. Che cosa si può fare per un cervello triste? Che cosa si può fare per arrivare al bordo della scacchiera e saltare giù? Che cosa si deve fare per uscire da questo paese-non-proprio-delle-meraviglie e riuscire a vedere da fuori la scacchiera? Forse il cervello triste va spento e basta...Ma il cervello, lo sanno tutti, non si spegne. Un cervello triste è destinato a rimanere triste finché domani non sarà un cervello impegnato, attivo, tranquillo e magari anche un po' allegro.
Il cervello triste pensa anche dieci volte di più di un cervello allegro. Il cervello triste produce dieci volte più idee di un cervello allegro. Non sempre si tratta di idee brillanti...Anzi, il più delle volte sono più tristi del cervello stesso...Non sono idee luminose come le lampadine nuove...Il cervello triste pensa come la luce soffusa di una lampada ad olio o di un'abatajour: intuisci i contorni, afferri i tratti fondamentali e il resto è di libera interpretazione. Il cervello triste ama il suo mondo...Se il cervello è triste dalla scacchiera non si esce e non ci sono russi super intelligenti a dire come devi muoverti. Ci sei solo tu, col tuo cervello triste.
Saturday, December 11, 2004
LE SCARPE CON LA PUNTA TONDA
Però succede anche che ti accorgi che va bene così, che sei contento di essere come sei e che non ti ci ritroveresti più ad avere diciassette anni adesso. I “tuoi” diciassette sono stati molto meglio di quelli che potresti avere adesso. C'era una gran bella musica, quando avevi diciassette anni. C'era tutta Seattle che suonava nei bar fumosi, c'erano modi di vestire e portare i capelli che adesso sono irrimediabilmente connotati con “qualcosa che non esiste più”. Qualcuno diceva già allora che il grunge era morto. La realtà è che i tuoi diciassette anni di grunge e tormento interiore totalmente ingiustificato, ma pur sempre necessario, sono passati e ora sei comunque la stessa persona ma sei consapevole di te stesso, dei tuoi limiti e delle tue potenzialità.
Non so come sia che si pensa sempre di essere destinati a qualcosa di più e mai a qualcosa di meno. Non so da dove nasca l'ambizione di sentirsi cresciuti e in grado di affrontare le sfide: una casa tutta per te, qualcuno vicino, magari anche una pianta destinata a sopravvivere, non condannata a morire come le primule che compravi ogni inizio primavera e non duravano più di una settimana. Certo, il pollice verde, comunque, non viene con gli anni: se uno non è portato, non è portato e basta. Ma il punto del discorso è un altro: ad un certo punto arriva una strana consapevolezza e ti sembra davvero di essere come quella benedetta farfalla che esce dal bozzolo. Capita anche a te e non solo nei libri di scienze o nelle poesie. Vivi una metafora, almeno per una volta.
Però c'è una cosa che noti una sera in un bar fumoso dove qualcuno cerca di suonare scatenando nei propri coetanei le stesse sensazioni che i vecchi gruppi scatenavano in te: nessuna ragazza di diciassette anni porta scarpe dalla punta tonda. Tutte indossano scarpe con punte che farebbero invidia al più sfarzoso gatto con gli stivali. Al massimo qualcuna indossa i vecchi “doc”, ma sai che tu alla loro età non avresti mai potuto permetterteli, neppure quando andavi in viaggio studio in Inghilterra e tutte li compravano, eccetto te, beninteso. Invece tu, nei tuoi anni a metà tra i venti e i trenta porti orgogliosa scarpe dalla punta tonda, paffute, quasi goffe, ma a te piacciono. Le hai cercate e le sfoggi con l'orgoglio di essere riuscita a trovare scarpe diverse che il gatto con gli stivali non avrebbe mai preso in considerazione.
Non si smette mai di essere quel diciassettenne un po' fuori dal gruppo che sei stato quasi dieci anni fa. Però sei contento di non avere più diciassette anni, altrimenti non riusciresti ad essere tondo in un mondo appuntito con la stessa serenità con cui lo fai adesso.
HAR(D)MONY
sempre poter scegliere... Scegli prima sesso e poi armonia, oppure prima armonia e poi sesso. Scegli.
Nessuno dice che si deve scegliere subito. Io, ad esempio, non saprei che senso di lettura preferisco, in questo preciso istante. Non saprei in che senso sto leggendo, in questo preciso istante. Non so se sto da una parte o dall'altra. Non so se ho mai preferito un senso. Forse passo da un senso all'altro e alla fine mi gira la testa... Qual è il senso?
Si è aperta una piccola cicatrice sulla mia mano. L'ho aperta grattandomi senza volere. Una cicatrice si vede, ma mentre guarisce quasi ti dimentichi che esiste: sta guarendo e scomparirà presto. Prude, di tanto in tanto, e ti ricordi che c'è. Ripensi a come te la sei fatta. Ti gratti per mettere fine a quel supplizio urticante. Poi sanguini. Brucia. Succhi quel po' di sangue rosso brillante avidamente, tamponi con le labbra, dai qualche bacetto alla ferita... In quel momento la cicatrice non c'è più: è tornata ferita. I tuoi baci non servono, non si acquieta. La ferita è riaperta: poco, ma riaperta. Ci vorrà qualche giorno, bisognerà stare attenti. Chissà se bisogna mettere un cerotto o lasciarla asciugare all'aria. Chissà se bisogna intervenire, sulle cose, o se basta che la natura faccia il suo corso.
Certo, siamo fortunati. Probabilmente non ci sarà nessuna infezione. Noi abbiamo un sacco di medicine, di medicamenti vari, di rimedi. Noi sappiamo come curare. Prima o poi impariamo che non dobbiamo grattarci e giuriamo che non lo faremo più. Intanto la nostra ex cicatrice è tornata una piccola ferita. Servirà solo
qualche giorno e poi sarà tutto di nuovo al suo posto. Intanto non ci dobbiamo grattare... Meglio soffocare tutto con un cerotto: forse ci vorrà un po' di più ma almeno non riusciremo a grattarci.
ITINERARI
Capita che un amico abbia bisogno di indicazioni. Capita ancora più spesso che queste indicazioni servano a noi stessi. Com'è che nessuno sa mai indicare la strada quando è davvero urgente arrivare da qualche parte?
Certamente qualche indicazione di massima si può rimediare, della serie “Si...ecco...potrebbe girare di là... Ma in realtà cipotrebbe anche arrivare svoltando di qua e proseguendo fin laggiù...”. Da qualche parte arrivi sempre. E' che a volte chi dovrebbe indicare una strada è il primo a non conoscerla. Ma come ti dispiace di non poter aiutare un estraneo che abbassa speranzoso il finestrino dell'auto e tira il collo per rendersi il più visibile a te che "passeggi dal lato passeggero", che sorride imbarazzato e che vuol sembrare disinvolto proprio quando è più difficile (sapersi perdere con disinvoltura deve essere una gran virtù), ti dispiace non saper aiutare un amico o te stesso.
Eppure dovremmo conoscerci tutti, dovremmo sapere cosa va bene e cosa no... Specialmente per quanto riguarda noi stessi. Come si fa a non conoscersi bene dopo anni che viviamo con noi stessi? Non sarà che si finge di non conoscersi per non accorgersi di essere annoiati di noi stessi? Ma se ci comportiamo in questo modo, poi cosa succede quando dobbiamo dare indicazioni?
A volte c'è qualcuno abbastanza lucido in grado di suggerire un itinerario plausibile per arrivare a destinazione. Diretto, non troppo lungo, poche tappe, cinicamente distribuite in linea retta senza tante curve e senza tanti giri di parole. Queste persone ti indicano una strada sicura che porta davvero dove vorresti andare: sono “quelli che hanno ragione”. E' stupefacente come, parlando con questa tipologia di persone a proposito di una strada da prendere, tu ti sorprenda a ripetere “Hai ragione...Sì, sì, hai ragione”: ma se conosci la strada, se sai che quel percorso è giusto, perché non ti sei incamminato senza fare tante storie? Si potrebbe supporre un breve momento di smarrimento e “quelli che hanno ragione” ti riportano alla memoria qualcosa che avevi momentaneamente (o volutamente?) dimenticato.
A questo punto, uno dovrebbe incamminarsi. E invece non lo fa. Forse perché piacciono le strade con le curve, forse le strade diritte e dirette ti permettono di acquistare gran velocità e fiducia in te stesso, ti senti un gran pilota... Ma quando serve poi non riesci mai a frenare. Quello che manca, nel percorrere una strada diritta, è la cautela che si ha quando ci si arrampica su una strada tortuosa, sempre attenti all'ostacolo dietro la curva, suonando il clacson per dire “attenzione che arrivo”.
Così, quando incontri “quelli che hanno ragione” non dai loro più ragione di quanta già non abbiano perché non segui mai i loro itinerari. Dal canto loro, “quelli che hanno ragione” non sapranno che farsene dei loro itinerari perché nessuno li prende mai in considerazione e continueranno a percorrere strade seguendo indicazioni di massima che verranno date loro da altri che “hanno smesso di avere ragione”.
Alla fine procediamo tutti alla rinfusa, piuttosto lentamente, guardandoci intorno un po' persi, abbassando i finestrini e tirando il collo mentre nascondiamo il nervosismo. Abbiamo tutti un posto dove vogliamo arrivare... Speriamo di incontrare qualcuno che ci accompagni, così almeno mentre si cerca di arrivare da qualche parte piamo piano ci si fa una gran bella chiacchierata.
POTREBBE ANCHE DARSI CHE...
con se stesso... Ho comprato un meraviglioso quaderno al museo Van Gogh di Amsterdam e mi son detta che avrebbe dovuto essere il mio fedele compagno per gli ultimi mesi all'università... ci ho scritto due volte. forse tre. forse non sono fatta per tenere in fila i pensieri, su pagine o spazi elettronici. Potrebbe anche darsi che io sia piuttosto stanca dei pensieri che mi girnao in testa, dei sensi di colpa inutili, delle responsabilià che BISOGNA ricordare sempre...Potrebbe anche darsi
che, molto semplicemente, io non sia una persona costante, anche se mi sforzo di mostrare l'esatto contrario. Lunedì mi sono laureata. Questa cosa mi ha talmente scombussolata cheal posto del titolo del blog ho messo il mio titolo di studio. Essere laureati non significa necessariamente essere svegli, io ne sono la prova vivente. Però se devo cercare di tenermi aggiornata su me stessa ora che non sono né carne né pesce, allora la qualifica "laureata" è l'unica che adesso mi venga in mente. Il resto lo devo ancora realizzare. Uno forse cerca di star bene con se stesso... Forse è per questo che si scrivono queste pagine di diario elettronico... Per parlare prima di tutti con se stessi.